mercoledì 15 aprile 2009

Terremoto in Abruzzo, il papà di Nicola Bianchi chiede chiarimenti


«Erano mesi che le scosse si ripetevano, perché nessuno ha fatto niente, perché nessuna autorità è intervenuta?». Sergio Bianchi continua a ripeterlo, non si da pace il padre del giovane Nicola, lo studente di Monte San Giovanni Campano morto tragicamente sotto le macerie del terremoto dell'Aquila. «Vogliamo avere delle risposte dallo Stato, risposte che io come padre voglio avere non solo per me e per la mia famiglia, ma perché lo devo a mio figlio».
«Credo che ci siano delle responsabilità. Tante responsabilità. Il Comune dell’Aquila che non ha avvertito nessuno dei rischi che si correvano, ma anche l'Università e il Rettore, perché non è stato dato nessun allarme, perché nessuno si è preoccupato per questi ragazzi? Sono tante le risposte che i genitori che come me hanno perso un figlio hanno diritto di avere. Noi abbiamo investito tutto sui nostri figli, ma lo stato doveva proteggerli».
Sergio Bianchi, che nella vita è un operatore del 118 di Frosinone, ha intenzione di andare fino in fondo: «Sento che dobbiamo fare qualcosa, ancora non ho preso contatti con i genitori delle altre vittime, ma spero che si possa formare un comitato delle famiglie delle vittime per lottare tutti insieme».
Le immagini della tragedia sono ancora stampate negli occhi della famiglia Bianchi. I lunghi giorni passati in attesa di notizie davanti a quello che restava del palazzo al mumero 11 di via Gabriele D’Annunzio. Giorni in cui si sperava ancora in un miracolo. Poi la tragica notizia. «Il palazzo di mio figlio è crollato totalmente», racconta signora Marinella, mamma di Nicola. «Quattro piani accartocciati uno sull'altro, quel palazzo è uno dei pochi di quella strada che è totalmente crollato, perché? Nicola aveva scelto la sua strada, per ogni mamma un figlio è meraviglioso e Nicola nel suo piccolo era riuscito a farsi volere bene da tutti».
«Mio figlio merita delle risposte - insiste Sergio Bianchi - ed io andrò avanti per averle. Nel centro storico dell’Aquila vivevano molti universitari, sono morti troppi giovani, oltre alle tante famiglie abruzzesi lo stato deve pensare anche a noi. Sono andato all'Aquila per riportare a casa mio figlio morto e qualcuno dovrà spiegarmi di chi sono le responsabilità. Ho inviato una lettera aperta - continua Sergio Bianchi - indirizzata alle cariche più alte dello Stato, al Presidente della Repubblica Italiana, al Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, a Bertolaso. Voglio delle risposte. A casa di mio figlio quella sera erano in cinque, e tre purtroppo non ce l'hanno fatta; mi sento di parlare a nome di tutti quei ragazzi che sono morti. All'Aquila studiavano oltre ventisettemila studenti, le case erano sicure? Qualcuno le aveva controllate? Io non mi fermerò, io e la mia famiglia andremo avanti alla ricerca della verità».

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